Autrice: Mariarosaria Lima

Quella dell’ assistente sociale è una figura professionale iniziata a legittimarsi nel suo ruolo nel post seconda guerra  mondiale per aiutare a porre rimedio alle problematiche derivanti  dai danni causati dal più grande conflitto mondiale del secolo scorso.

Inserita all’ interno di un contesto istituzionalizzato e secondo metodi e principi tecnici della professione stabiliti da discipline e regolamenti, e reggendo il suo lavoro su un’ etica deontologica; esercita, in sinergia con altri professionisti del settore e della comunità, una serie di azioni mirate che dovrebbero portare all’ empowerment dell’ utente/cliente.

Nell’ esercizio delle sue funzioni, questo professionista dell’ umano, trova un cambiamento del suo operto nella  Legge quadro 328/2000 : Realizzazione del sistema di interventi e servizi sociali, che ha ridefinito il profilo delle politiche sociali apportando tutta una serie di elementi di novità. Essa ha innanzitutto segnato il passaggio dalla concezione di utente quale portatore di un bisogno specialistico a quella di persona nella sua totalità costituita anche dalle sue risorse e dal suo contesto familiare e territoriale; quindi il passaggio da una accezione tradizionale di assistenza, come luogo di realizzazione di interventi meramente riparativi del disagio, ad una di protezione sociale attiva, luogo di rimozione delle cause di disagio ma soprattutto luogo di prevenzione e promozione dell’inserimento della persona nella società attraverso la valorizzazione delle sue capacità. (v. Community Care)

Quindi in un contesto sociale totalmente frammentato e disfunzionale quale è la società italiana ed in seguito a dei cambiamenti legislativi che dovrebbero aver legittimato il ruolo di tale figura, il/la professionista assistente sociale, si è trovato/a a realizzare Piani Assistenziali Individualizzati per poter garantire all’utente/cliente del servizio il suo processo di empowerment.

Secondo la definizione che il servizio sociale ne da, per empowerment si intende un processo dell’ azione sociale  attraverso il quale le persone, le organizzazioni e le comunità acquisiscono competenza sulle proprie vite, al fine di cambiare il proprio ambiente sociale e politico per migliorare l’ equità e la qualità di vita.

Il concetto di empowerment è applicato in molti ambiti, come la politica, la psicologia, le aziende e, sempre più spesso, legato alla salute.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la salute è uno “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non semplicemente assenza di malattia e di infermità”. Salute dunque come “stato emotivo, mentale, fisico, sociale e spirituale che consente alle persone di raggiungere e mantenere il loro potenziale personale nella società”.

Essere in salute non è quindi il semplice prodotto di una organizzazione sanitaria efficiente, ma il risultato di una serie di fattori di tipo sociale, ambientale, economico e genetico. La salute da “stato” diventa così “processo”, del quale l’individuo e la comunità sono attori: è infatti attraverso il rafforzamento delle loro capacità e competenze che possono aumentare il controllo sulla propria salute e migliorarla, divenendo cioè “empowered”.

L’Organizzazione Mondiale per la Sanità ha più volte affermato che l’azione di comunità e l’empowerment sono pre-requisiti per la salute.

In questo sistema di Community Care in cui non solo teoricamente si colloca il lavoro di assistenza sociale, l’ utente/cliente è al centro del suo processo di miglioramento della propria condizione socio-politica.

Chiaramente il lavoro dell’ assistente sociale è svolto in sinergia con gli altri professionisti del settore che cooperando in équipe specializzate mirano alla realizzazione del processo di indipendentizzazione come anche si potrebbe definire per l’ appunto l’ empowerment.

Ragioniamo per assurdo e poniamo che questo professionista sia una persona che a causa di uno dei rischi (probabilmente minori) della professione il burn-out non sia mai stato in grado di svolgere il proprio lavoro e si dovesse trovare ugualmente ad insegnare una professione che in realtà non ha mai esercitato. Sulla base di quale etica deontologica e relativamente a quanta autoreferenzialità si arrogherebbe il diritto di dare delle basi a futuri professionisti del mestiere?

In un contesto, quello italiano, in cui è abbastanza palese che la corsa agli armamenti (dove si intende lotta per il potere, ovvero necessità di volersi imporre a tutti i costi al prossimo a causa dello status sociale in cui si è nati) è più che estremizzata, legami clientelari e rapporti di lavoro basati sul “familismo” alla stregua delle dinamiche che si ritrovano nelle peggiori cosche mafiose, creano enormi disagi all’ interno del sistema sociale in cui ogni singolo cittadino (potenziale utente/cliente di un qualunque servizio sociale) si colloca. Questo accade anche nel mondo del lavoro sempre più proibitivo per chi cerca di affaciarcisi senza voler emigrare o sottostare a queste dinamiche antiche ed avviene anche per il lavoro nei servizi socio-sanitari in cui appunti si esercita la professione o per conoscenze o per conoscenze. Quindi sorgono altri dubbi: si vuole davvero l’empowerment dell’ utente o sono solo concetti, a cui si è di certo giunti grazie ad una ricca letteratura anglosassone che per fortuna ci ha risvegliati un po’ da un’assistenzialismo storico, con cui riempirsi la bocca perché comunque la bottega di famiglia non può fallire così drasticamente?!

Sicuramente il lavoro dell’ assistente sociale non è cosa alquanto semplice: essere al servizio dei bisogni degli altri non è cosa da poco, per questo in teoria si dovrebbe aver completato il proprio processo di empowerment prima di “pretenderlo” nella vita degli altri, ma è altrettanto vero che, empatia e capacità di distacco nei confronti delle problematiche altrui possono aiutare nell’ esercizio della professione.

L’ aspetto triste è che anche per un lavoro così necessario per questa nostra società fluida, con troppi giovani senza punti di riferimento e modelli, in cui ci si impersonifica in personaggi fantasy di serie americane che continuano a confondere adolescenti già poco seguiti in famiglia, in cui anche in città come Firenze, auto proclamantisi civili  ma dove si denota un altissimo tasso di spaccio e disagio giovanile, importi poco, anche agli stessi operatori sociali,  fare qualcosa di più territorialmente radicato e di impatto per prevenire e contrastare fenomi quali ad esempio la tossicodipendenza giovanile (con tutte le problematiche annesse e connesse alla questione, in primis tra tutte il rifornimento economico per le casse della criminalità organizzata e la solita questione italiana in cui a pagare è sempre l’ ultimo della fila e quindi il giovane che potenzialmente ha  meno responsabilità), che negli ultimi anni vede diminuire notevolmente l’  età di esordio. Si pensi che secondo uno degli ultimi studi, risalente al 2015, fatto da Ars Toscana e IFC-CNR, su un campione di 5077 studendi intervistati in 57 Istituti secondari di II grado, oltre il 31,7%  risulto aver usato droghe prima dei 15 anni e il 90-95% di loro ha iniziato con la cannabis.

Non di certo si senta responsabile per il disagio giovanile, ma il professionista autoreferenziale è forse più dannoso dello stesso bisogno inespresso. Forse è più importante la soddisfazione momentanea derivante da un caso apparentemente risolto,  in cui appunto il processo di empowerment è andato a “buon fine”, dopo una storia di casi cronici, piuttosto che ampliare la professione a persone giovani e forse più portate che lo farebbero per reale interesse nei confronti del prossimo e della società stessa?

Probabilmente quando ci si percepisce ad un livello distaccato rispetto alla società in cui viviamo, e quindi al servizio in cui lavoriamo, facciamo anche fatica a pensare di non essere poi tanto diversi dagli utenti/clienti per cui e con cui lavoriamo.

Forse in questa visione un po’ disfattista e polemica il centro è proprio nell’ empowerment, processo molto importante che non andrebbe limitato solo all’ utente in carico al servizio, ma che andrebbe esteso alla famiglia intera per evitare che il carico di lavoro continui ad essere troppo elevato e quindi rischiare di avere nuovi casi di professionisti  mancati che insegnano una professione mai svolta.

Concludendo se già all’ interno delle stesse scuole, a partire da quelle dell’ infanzia, si facesse il cosiddetto lavoro di territorio che una qualunque assistente sociale dovrebbe svolgere per individuare bisogni latenti e manifesti, di una società post-moderna più che frammentata e disorientamente disorganizzata, forse la casistica in carico ai servizi sociali diminuirebbe drasticamente a dispetto di un empowement sociale non più necessario perché realizzato, implementato e radicato in ciascuna individualità.