Esistono molti modi di viaggiare, forse troppi oggigiorno. Ce n’è uno in particolare, che ti permette di studiare, imparare, conoscere e confrontare le tue idee, convinzioni e abitudini mentre ti godi il viaggio. Questo modo di viaggiare si trasforma in un magazzino di conoscenza ed “impegno” post esperienza composto da scintille di bellezza, cultura, storia, e soprattutto approfondimento socio-politico che non può cadere nel dimenticatoio, ma che vale la pena di condividere.

 Un viaggio che prende voce tra queste righe è quello in Turchia, nella città di Urfa (Sanliurfa), ai confini con la Siria, all’interno di uno scambio giovanile del programma Erasmus +. Il bagaglio di conoscenze che ci siamo portati dietro è composto da un mix di stimoli culturali e locali che però si affacciano sulla storia dell’umanità per la loro importanza, e dall’altra parte un contrasto con le difficoltà dei siriani che hanno chiesto protezione alla Turchia in seguito alla guerra che imperversa ancor oggi in Siria, e che è partita dal 2011, ma è tutt’ora incomprensibile in molte sue sfaccettature. 

Dopo aver visitato il campo rifugiati di Harran, che ad oggi ospita oltre 9mila persone, abbiamo incontrato una famiglia siriana, che ci ha raccontato il suo vissuto e la loro vita oggi in Turchia, al limite di uno status “residenti protetti” e in profondo disagio sociale, senza un riconoscimento di rifugiati di cui l’impossibilità di muoversi dal paese.  

Tralasciamo dal descrivere la città di Abramo – Urfa, con la sua oasi accanto al castello, nella meravigliosa distesa di una collina e ruscelli di acqua e pesci, un posto idilliaco dove ricordare il padre delle religioni monoteiste in una condizione di pace primordiale che per la sua natura crea assenso tra tutte le religioni, per andare all’approfondimento socio- politico come premesso. 

Di interesse maggiore ci pare l’aspetto umano e la conoscenza del percorso della famiglia siriana, che potrebbe apparire lontana geograficamente e culturalmente, come tante altre storia che solitamente ci capita di ascoltare dai media, condizionati da una nostra scelta di vita e chiusura del dialogo che ne consegue con differenze che spesso vengono messe in rilievo ma che non rappresentano una divisione reale tra un “noi” e un “loro”. 

La nostra “Terza Guerra Mondiale”  

“Questa è la terza guerra mondiale”- dice Galip (nome inventato per proteggere l’identità) un ragazzo di Deir El Zor che si è trovato circondato dalle forze ISIS e per alcuni mesi ci ha dovuto anche convivere. Oggi la sua città è completamente devastata dalle bombe, nemmeno una casa è rimasta in piedi, compresa la sua con tutto quello che c’era rimasto dentro. Lui però è riuscito a prendere le foto di famiglia da una loro seconda casa, situata nella città di Raqqa. Le foto per lui e la sua famiglia sono motivo di felicità e si sentono più fortunati di altre famiglie. Avere delle testimonianze di una vita passata, come i tesori di una famiglia che ormai non è più in grado di decifrare il suo futuro, e non ha modo di collegare la propria esistenza al proprio passato può sembrare banale, ma nella loro condizione è fondamentale. In Turchia le scelte sono davvero poche per la famiglia di Galip, e uscire fuori dai confini turchi è praticamente impossibile.

Galip parla- ad un certo punto – di terza guerra mondiale, e questo ci crea un certo livello di confusione. Nel nostro mondo occidentale questa affermazione è quanto mai assurda, non collegabile e soprattutto mai fatta trapelare dai nostri media che solitamente impacchettano e propongono analisi su tutto ciò che succede fuori dai nostri confini. Le nostre guerre sono fatte da tante piccole battaglie: lo status sociale, il lavoro, i diritti acquisiti ecc., e in nessuna di queste rientrano i morti delle altre guerre, soprattutto se si trovano fuori dai nostri confini!

Per cui continuiamo a chiederci: cosa intendeva con questa affermazione?

Anche se – pensandoci bene- la nostra quotidianità si costruisce dai “fuori” dei nostri confini, perché siamo quasi interamente delocalizzati e globalizzati. Mangiamo ciò che viene prodotto altrove, ci vestiamo con ciò che viene da lontano, viaggiamo e cerchiamo l’ozio in terre lontane – spesso molto lontane- in un mondo senza confini, dove siamo noi a creare i confini in modo selettivo, ma mai laddove ci sono problemi che potrebbero limitare il nostro piacevole modo di vivere. E’ una selezione “naturale” la nostra, una specie di superiorità che sentiamo di voler proteggere! 

D’altro canto però sappiamo bene che ogni nostra scelta e azione ha effetti ovunque nel mondo, anche se sembra che non ci riguardi e continuiamo a percepirla come una nostra battaglia. Ad esempio, in Siria c’è una guerra che va avanti oramai da anni. Spesso sentiamo dire che le azioni militari sono finanziate anche dai nostri paesi, e che le complicazioni della popolazione siriana sono anche un nostro problema, ma ciò sembra non riguardarci molto, un fatto di conoscenza che non cambia nulla nella nostra coscienza.

Galip racconta come è iniziata la guerra in Siria, e racconta quanto quella guerra non sia oramai da tanto una guerra siriana, ma un terreno di combattimento del mondo intero, e per questo motivo, lui la chiama terza guerra mondiale. 

 

“My idea was is there any other example in Syria of cities that try to protect themselves from Daesh or Isis, i mean i imagine that each city try to protect itself?

All the cities, but here i think there is a mistake for the syrian revolution, all the cities they push the guns to protect themselves, and here the political play, dirty play, they played. Each government, not all of them from the same donor let’s say, some of them receive money from Saudi Arabia, some of the mfrom Qatar, some of them from another country, and each one has order, for example they send them fight here and don’t fight here, do this, fight between each other, this happened recently. So this is what the wrong is with syrian revolution, but there is no solution, because all the world came to Syria, so a lot of countries control.

It started in Syria from syrian people but now not all the people are syrians because there is a lot of people come and make fighting in our country, so it’s so difficult to decide the syrians, maybe one syrian and a lot of them not syrian and it’s using this syrian nationality “we are fighting for Syrian issue” and it’s not true, most of us is outside now and a little from Assad’s side stayed at home because they don’t have any chance to go outside or no money and no children so they stay there.

So i speak like the Syria war is the Third World War, honestly it’s the Third World War, because as a syrian it’s finished, now out of order of president Bashar al Assad. Now who control Syria? Iran, they have this part, and the president can’t do anything. Russia they have this part, and the president can’t do anything here, and from East close to Iraq the America have the power to control. (45.56).”

https://docs.google.com/document/d/1a9u7ym8N_tjCHeJ8gutoindwpNx21_M8/edit

Sembra che la loro guerra sia un effetto diretto di ciò che noi produciamo, consumiamo o decidiamo di fare o non fare. Una scelta di agire o non agire che parte dagli interessi dei nostri governi, per proteggere il nostro mondo – diverso dal loro. Un mondo, quello nostro, fatto di eurocentrici ed egocentrici che esclude il “resto”, ciò che non tocca i nostri ingenti/quotidiani interessi, così creando un passaggio a senso unico: dal nostro al loro, ma non dal loro al nostro, senza quindi una corrispondenza bilaterale tra causa ed effetto. In fin dei conti, le conseguenze di questa guerra potrebbero essere di tutti, ma allo stesso tempo non è di nessuno, tranne che dei siriani che la vivono sulla loro pelle. 

Galip continua a ricordare che le potenze che combattono in Siria ci dovrebbero far capire che le guerre oggigiorno possono essere “delocalizzate” – in effetti le possiamo combattere anche fuori dal nostro territorio, in una specie di campo battaglia tra diverse potenze per la difesa dei propri interessi, ognuna il suo, senza farci troppi problemi interesse altrui. Un conflitto come un semplice concetto di investimento all’estero, come una qualsiasi delocalizzazione. Così, in modo selettivo esportiamo anche le nostre battaglie, e dal momento che le esportiamo esse non sono nemmeno più nostre, per cui altri diventano le nostre vittime senza nemmeno il coraggio di chiamarle tali. 

Le azioni delle nostre società, quelle che coinvolgono le masse – seppur banali – ma tuttavia quotidiane, che inizialmente sembrano senza un padrone, lontane e di nessuno, grazie a questo “status” selettivo che ci siamo costruiti intorno, ci permette di scegliere cosa entra nelle nostre vite, cosa passa dai nostri confini, e addirittura chi tener vicino o allontanare dalla nostra quotidianità. In questo modo la condizione di perenne assenza di negatività, sofferenza o responsabilità è assicurata, in modo quasi asettico. Ma la storia ci insegna che le nostre azioni hanno un effetto nel lungo termine anche su di noi, e che in un futuro – seppure lontano – ci dovremo prendere la responsabilità di combattere anche contro le nostre stesse azioni.