PARTE GIURIDICA SIRIANI IN TURCHIA

Autrice: Daniela Susarenco

Per riuscire ad analizzare un fenomeno, interpretarne i dati, capirne le complessità e le problematiche bisogna prima sapere di cosa si sta parlando. Per comprendere il fenomeno migratorio e trarre le dovute considerazioni della critica situazione turca facciamo dunque una panoramica generale. 

E’ forse palese e scontata, ma sempre doverosa, la premessa iniziale. Parliamo di persone e dei mille attributi che sottostanno a questa concezione. Persona in quanto individuo sociale, considerato in sé e  nelle sue funzioni sociali, individuo quale essere pensante e portatore di dignità umana, soggetto titolare di diritti ed obblighi. Ed è proprio in quest’ultima sua prerogativa che ci concentreremo, analizzando forse l’attributo che dinanzi alle mille differenze culturali e sociali ci rende, o dovrebbe renderci, uguali davanti ad un solo principio: siamo tutti portatori di interessi giuridicamente tutelati. 

Ma capiamo prima da dove vengono tali considerazioni. Viaggiamo allora nell’ Iperuranio, il mondo celeste, laddove forse sta la migliore parte dell’intelletto umano. Ed è qui che collochiamo le Dichiarazioni, le Convenzioni ed ogni Trattato che ci ricordano le battaglie vinte degli ultimi secoli. Torniamo poi nel mondo terreno, dove ogni idea dovrebbe trovare un’applicazione reale. 

Facciamo quindi un tuffo nel passato, nel 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approva e proclama la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. La volontà di porre fine alle atrocità delle due guerre mondiali si percepisce nel preambolo, in cui si dichiara che i diritti umani debbano essere protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l’uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l’oppressione. Proprio per questi motivi la Dichiarazione sancisce i diritti inalienabili di ogni essere umano, senza distinzione di razza, sesso, religione, ideologia politica. E diritto inalienabile è anche quello sancito all’Art. 13, al comma 2      ” Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.” Il diritto di migrare, il cosiddetto ius migrandi, trova il suo fondamento nell’Iperuranio. 

All’articolo seguente viene posta invece la base per il riconoscimento del diritto delle persone a chiedere l’asilo dalle persecuzioni in altri paesi: l’art. 14 recita difatti: “Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.” Venendosi così a porre i primi limiti agli Stati nazione sull’arbitrio di decidere chi far entrare nel proprio territorio. Ma vedremo che di fronte a generali principi, gli Stati adottano comunque vie di regolazione di flussi, definendo propri sistemi di protezione. 

Ed è sul fondamento di tale articolo che tre anni dopo viene siglata la Convenzione di Ginevra relativa allo Statuto dei Rifugiati, che stabilisce la seguente definizione di rifugiato:

“Chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori del suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi.”

 

Inoltre è doveroso riportare un altro  principio cardine del diritto internazionale: il Principio di non-refoulement. Il cosiddetto principio di non respingimento si esplica, secondo l’art. 33 della stessa Convenzione,  nel fatto che ad un rifugiato non può essere impedito l’ingresso sul territorio né può esso essere deportato, espulso o trasferito verso territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate. In sostanza, qualsiasi forma di allontanamento forzato verso un paese non sicuro è vietata.  Tutele che, sulla carta, fanno di un paese uno Stato di Diritto.

In ogni caso è bene ricordare che  il principio di non refoulement, prima di essere sottoscritto allo status da rifugiato , è esteso a coloro che fuggono dalle situazioni in cui i propri diritti umani non possono essere tutelati e protetti, motivo per cui si applica ad ogni categorizzazione di protezione internazionale.

Con una breve panoramica nel mondo iperuranico delle Carte e dei principi iniziamo a calarci nel mondo reale, dove dinanzi a principi d’uguaglianza vediamo crearsi categorie di cittadini di serie A e serie B. 

Ed è nel mondo turco che cercheremo di addentrarci. Iniziamo dunque da una domanda che può sembrare quasi scontata, ma che scontata non è. Qualunque individuo, indipendentemente dalla sua cittadinanza, può presentare domanda di protezione internazionale in Turchia? La risposta è no. Lo stato turco ha, infatti, ratificato la sola Convenzione di Ginevra per i Rifugiati del 1951, che era applicabile ai soli avvenimenti verificatisi in Europa antecedentemente al 1951, e accettandola con la cosiddetta limitazione o “riserva geografica”, senza invece mai aderire al successivo “Protocollo relativo allo status di rifugiato” del 1967 ,  il quale aveva lo scopo di rimuovere ogni limitazione temporale e geografica. Quest’ultima limitazione fu difatti mantenuta per la Turchia, insieme a Congo, Madagascar e Monaco. Era lo stesso Protocollo a lasciare la libertà degli Stati Firmatari di dichiarare quella che per loro era da considerarsi estensione geografica. In tal mondo per la Turchia lo stato di rifugiati viene ancor oggi riconosciuto solamente alle persone provenienti dal territorio europeo. 

In seguito a questa generale panoramica delle convenzioni del diritto internazionale se dunque per il paese turco “rifugiato”, meritevole di protezione, è solo la persona europea, chi proviene da Paesi non appartenenti all’Unione Europea come sono considerati? Essi si collocano all’interno di altre due categorie di Protezione Internazionale. Innanzitutto vi è la categoria dei “conditional refugee”, secondo la quale chi sottostà a tale status giuridico non ha accesso ad alcuni dei servizi garantiti invece per i rifugiati e inoltre necessita di uno specifico permesso per poter lavorare. Queste limitazioni sono motivate dal fatto la loro permanenza in Turchia è temporanea poiché si presume che saranno ricollocati presso un paese terzo dopo che avranno presentato domanda presso un ufficio dell’UHNCR. La seconda categorizzazione è definita “ subsidiary protection beneficiery”, in questo caso invece tale status è attribuito a chi non rientra nelle categorie fino ad ora esaminate, quindi non sono né rifugiati né conditional refugee. Sotto tale status sottostanno coloro per cui un eventuale ritorno al paese d’origine si tradurrebbe in rischio di condanna a morte, torture e rischio per la propria incolumità a causa di conflitti armati.

Accanto a queste forme di protezione internazionale ve n’è una specifica per le condizioni delle persone Siriane; esse sono identificate con un documento che accerta la loro situazione di temporanea protezione. Difatti per una decisione del Ministro dell’interno Secondo la “Law of foreigners and international protection “, i cittadini Siriani che sono giunti in seguito alla primavera del 2011 beneficiano della cosiddetta   “ temporary protection”, cosi denominata dal 2014 (Temporary Protection Regulation )

Tale status si applica per l’appunto solo alle persone siriane, considerate “ guest”, ospiti. Parlare di ospitalità, però,  per 3,6 milioni di persone fuggite dalla guerra in Siria negli ultimi otto anni, pone i dovuti quesiti e dubbi. E’ rilevante notare la forte connotazione temporanea di tale sistema. Nonostante i siriani in Turchia abbiano la possibilità di soggiornare sul territorio nazionale, difficilmente possono ottenere un permesso di lavoro. Sono difatti solo 31.000 i siriani che lavorano in maniera legale. E non è difficile immaginare come tale sistema apra le porte al lavoro illegale e allo sfruttamento. In particolar modo l’agricoltura è uno dei settori in cui lo sfruttamento è ormai la regola. Grande produttrice di noccioline, la Turchia impiega molti rifugiati siriani come lavoratori stagionali, in condizioni molto rischiose e ben lontane dal rispetto della dignità umana. 

Situazioni di conflitto sociale sono dunque facili da riscontrare, e il malessere collettivo che si respira nel paese turco si è spesso tradotto in azioni violente. 

La realtà dunque non sempre sembra risplendere di quei grandi principi per cui tanto si è combattuto, bensì ci ricorda che ancor molto c’è da fare.

https://www.meltingpot.org/Io-non-ho-sogni-L-accordo-UE-Turchia-genesi-applicazione.html

 

https://www.meltingpot.org/Turchia-La-caccia-di-Erdogan-ai-richiedenti-asilo-e-ai.html#.XXI-legzbIU

 

https://www.refworld.org/docid/56572fd74.html