Autore: Anam Tanveer
Quando si parla di integrazione, dovremo prima pensare al concetto di identità: cosa ci togliamo nel metterci un nuovo vestito da integrati? È questo il messaggio che con cui, nell’articolo, Anam Tanveer ci porta a pensare nell’articolo all’identità dei profughi siriani in Turchia. Qual è l’integrazione di un popolo in uno stato in di cui i sondaggi pubblici indicano che il sentimento anti-siriano è condiviso dall’86% della popolazione turca, che vuole che il governo interrompa l’accoglienza di ulteriori rifugiati? Inoltre, il 30% appoggia sostiene l’idea che i profughi debbano essere espulsi e rimandati nel loro paese di origine

Quello di identità è un concetto complesso. Nelle scienze sociali l’identità è la coscienza e l’idea che un individuo ha di se stesso e che lo rende distinguibile dagli altri; coscienza e idea che non rimangono fissi, ma evolvono, sia in misura alla crescita dell’individuo, sia per effetto dei cambiamenti che si verificano a livello sociale, dal momento che ciascun individuo è inserito in una società e ne risente l’influsso. È quindi un concetto in costante mutamento che avviene durante l’interazione con altri individui della società, è un mettersi in gioco bilaterale, circolare, è metabolizzazione e introiezione dell’alterità.

Dopo questa premessa, prendiamo come oggetto della nostra analisi l’identità dei siriani emigrati in Turchia in seguito all’inizio della guerra civile in Siria nel 2011 e che risiedono tuttora nel paese.

Parliamo di oltre tre milioni di persone, ormai radicate in Turchia da anni, che non godono ancora dello status di “rifugiato” (che implicherebbe diritti legali), ma di uno status “temporaneo” di richiedenti asilo. Già questo fatto di per sé costituisce un ostacolo all’integrazione di queste persone nella società turca. La fascia d’età che ha più difficoltà è quella degli anziani, che subiscono un maggiore shock culturale, poiché ormai a questa età non riescono ad adattarsi a una nuova cultura e ad imparare una nuova lingua. Fortunatamente, dal punto di vista storico e culturale, l’attuale Siria e Turchia hanno molto da condividere, ad esempio la religione e molte pietanze culinarie.

Per i giovani l’integrazione è relativamente più flessibile rispetto agli anziani, ma fanno comunque fronte a vari problemi legati alla ricerca di un’abitazione, di un lavoro stabile e all’acquisizione della cittadinanza turca. Si stima che quasi il 90% dei migranti siriani vivono nelle aree rurali e urbane in condizioni estremamente difficili, con un accesso ai servizi di base molto limitato.

Per quanto riguarda i bambini, moltissimi non hanno accesso alle scuole e la loro manodopera viene sfruttata in campi di lavoro in periferia e nelle campagne. Tuttavia, i più fortunati vivono in campi profughi e in case popolari, molti sono nati lì ed avendo accesso all’istruzione pubblica crescono bilingui, imparando a parlare sia turco che arabo.

Quello che queste tre fasce di età hanno in comune è il vivere o l’essere passati da condizioni di vita disagiate, traumi di guerra e spesso una cattiva saluta fisica e mentale. Oltre a sostenere questo enorme peso emotivo sulle spalle, subiscono anche il crescente sentimento negativo verso di loro da parte dei cittadini turchi, alimentato dalla diffusione quotidiana delle fake news sul web e in tv. Conseguenza e causa di questo fenomeno è il sostegno sempre maggiore del popolo a partiti politici che promuovono politiche anti-migranti. Sondaggi pubblici indicano che il sentimento anti-siriano è condiviso dall’86% della popolazione turca, che vuole che il governo interrompa l’accoglienza di ulteriori rifugiati. Inoltre, il 30% appoggia l’idea che i rifugiati debbano essere rimandati nel loro paese di origine.

Purtroppo, oggi, questo approccio negativo verso i migranti è un problema che si sta manifestando su scala mondiale.

Il sociologo Zygmunt Bauman ha citato la questione siriana  con questi termini:

“…e loro [i siriani] simboleggiano la personificazione di tutte le nostre paure. Ieri erano degli uomini benestanti nel loro paese, persone molto felici, come noi lo siamo oggi, ma guardate che cosa è successo ora! Sono senza tetto, senza mezzi di sussistenza. Quest’ultima ondata di richiedenti asilo non è stata l’ultima, molte persone stanno aspettando di venire. Quindi dobbiamo accettare che questa è la situazione. Cerchiamo di riunirci e di trovare una soluzione”.

Attualmente, i profughi siriani costituiscono poco più dell’1% della popolazione in Turchia; tuttavia, la maggioranza di essi è concentrata in cinque province confinanti con il confine siriano.

Come possibile soluzione a questo enorme problema, molti studiosi del fenomeno condividono l’idea di un eventuale intervento internazionale, soprattutto da parte dell’Unione Europea, nella gestione della questione siriana.